     p 210 .
     
Paragrafo 2 . L'uomo.

     
La  riflessione  di Spinoza sull'uomo si inserisce all'interno  del
suo  metodo geometrico. L'uomo  solo un modo della sostanza.  Come
ogni  altro ente finito, l'uomo  nella sostanza, cio in  Dio,  in
cui  trova  il  suo  fondamento  ontologico,  la  causa  della  sua
esistenza(44).
     L'uomo,  quindi,  fa parte della Natura,  sia  nel  senso  che
partecipa dell'unica sostanza, sia in quello di esserne una parte e
-  in  quanto tale - soggetto alle regole che governano  ogni  cosa
secondo  necessit.  Come  Giordano  Bruno,  Spinoza  rende  l'uomo
partecipe della potenza divina e al tempo
     
     p 211 .
     
     stesso  lo fa uguale a tutte le altre creature, che  come  lui
costituiscono la Natura. Ancora una volta la lezione di Copernico 
trasferita  dal  campo dell'astronomia alla totalit dell'universo:
la  centralit  dell'uomo  viene meno  ed  egli,  creatura  fra  le
creature,  uno dei tanti modi della sostanza divina,  non  gode  di
nessun  privilegio su una natura che non gli  pi subordinata.  Se
non  c'  una  differenza sostanziale tra  l'uomo,  il  Sole  e  un
granello di sabbia, viene meno ogni diritto dell'uomo sulla natura,
compreso quello di manipolarla e assoggettarla.
     
Anima e corpo.
     
Come  scompare  ogni presunta superiorit dell'uomo  rispetto  agli
altri enti finiti, cos non ha pi senso parlare di una distinzione
fra anima e corpo. In quanto modo dell'attributo estensione, l'uomo
   corpo;  come  modo  dell'attributo  pensiero,  egli     anima:
l'individuo  uomo  -  come tutti gli altri  individui  -  riproduce
l'unit  della  sostanza,  anche  se  limitatamente  ai  due   soli
attributi che si manifestano in lui e che ci  dato conoscere.
     Il  rapporto tra anima e corpo, quindi,  lo stesso che esiste
fra  pensiero ed estensione: "L'ordine e la connessione delle  idee
si  identificano con l'ordine e la connessione delle cose"(45). Non
esiste  una influenza reciproca, un interagire, tra anima e  corpo:
solo  se  consideriamo il pensiero e l'estensione come due sostanze
distinte e separate ci si pone il problema di una loro unificazione
-  come  si era posto a Descartes -(46), altrimenti risulta  chiaro
che   pensiero  ed  estensione,  attributi  di  un'unica  sostanza,
costituiscono un'unica realt espressa in maniera diversa e  quindi
non possono interagire fra loro. Ad esempio, se noi consideriamo la
forma  e il peso di un corpo, ci rendiamo conto che non c'  alcuna
relazione,  nel senso di influenza reciproca, tra essi;  sono  solo
manifestazioni   diverse  dello  stesso  ente.  Cos   accade   per
l'estensione  e  il pensiero rispetto alla sostanza  (o  Natura,  o
Dio).  Spinoza cerca di chiarire questo concetto ricorrendo  ancora
una volta all'immagine del cerchio: "Il circolo esistente in natura
[cio  in Dio] e l'idea del circolo esistente, la quale   pure  in
Dio, sono una sola e medesima cosa che si spiega mediante attributi
diversi;  e  cos,  sia che concepiamo la natura sotto  l'attributo
dell'Estensione,  sia  che  la  concepiamo  sotto  l'attributo  del
Pensiero, o sotto un qualunque altro attributo, troveremo un solo e
medesimo  ordine, o una sola e medesima connessione di cause,  cio
il seguire delle medesime cose le une dalle altre"(47).
     Un  solo e medesimo ordine accomuna tutte le cose. Per  questo
motivo - e non per un'azione diretta del corpo sull'anima - ci che
accade nel corpo  percepito dalla mente(48).
     
     p 212 .
     
     L'unit,    nell'individuo,   di   anima   e    corpo    porta
automaticamente ad escludere il concetto di immortalit  dell'anima
come  sopravvivenza al corpo. Tuttavia, sostiene  Spinoza,  l'anima
(mente)   ha   qualche   cosa  di  eterno,  in   quanto   partecipa
all'intelletto  eterno di Dio, ma - si badi bene -  "  impossibile
che ci ricordiamo di essere esistiti prima del Corpo, giacch n ci
pu  essere  nel  Corpo  alcun  vestigio  di  tale  esistenza,   n
l'eternit  si  pu definire mediante il tempo, n essa  pu  avere
alcuna  relazione  al  tempo"(49).  La  mente,  quindi,  "non   pu
immaginare  nulla, n ricordarsi delle cose passate, se non  finch
dura il corpo"(50).
     Si pu ben dire, allora, che - per Spinoza - nell'uomo anima e
corpo  emergono  insieme, come modi, dall'eternit degli  attributi
divini  e insieme ritornano a quegli attributi. Il materialismo  di
Spinoza sembra cos trovare una ulteriore conferma.
     
Azioni e passioni.
     
La  Natura  non  certo - per quanto abbiamo visto fin  qui  -  una
realt  statica:  la  sua  attivit (Natura  naturans)  produce  il
divenire  degli  infiniti  oggetti finiti  (gli  infiniti  modi  di
manifestarsi  della  sostanza) secondo la  necessit  insita  nella
essenza stessa della Natura. Come abbiamo gi detto, tutte le  cose
seguono lo stesso ordine necessario.
     La  regola che governa i cambiamenti delle cose  - come ormai
sappiamo - il principio di causa-effetto; si tratta cio di  azioni
che  producono il cambiamento. Tutte le cose sono in grado di agire
e tutte possono essere modificate da un'azione.
     I  cambiamenti,  infine, possono essere  spiegati  in  maniera
esauriente dall'azione che li ha prodotti; oppure quell'azione  non
  sufficiente a darne completamente ragione, ma li giustifica solo
in  parte.  Nel  primo  caso Spinoza parla di causa  adeguata,  nel
secondo di causa parziale(51).
     Anche  l'uomo,  in  quanto parte della  natura,  segue  questo
eterno, ordinato e necessario fluire: quindi muta con il mutare  di
tutte  le  altre  cose.  I  cambiamenti del  corpo  e  i  paralleli
cambiamenti  della  mente,  cio  le  idee  che  la  mente  ha  dei
cambiamenti  del  corpo, sono detti da Spinoza affezioni.  L'unione
delle  affezioni  del  corpo  e di quelle  della  mente  costituire
l'affetto(52).
     L'affetto    una variazione della capacit di agire  (Spinoza
scrive della "potenza di agire") di un corpo e di una mente. Questa
variazione  pu  avvenire  in  due  direzioni  opposte:  in  quella
dell'aumento  della "potenza" e in quella di una  sua  diminuzione.
Per  fare  un  esempio  estremamente banale, ma  legato  al  nostro
linguaggio quotidiano, potremmo dire che un corpo "affetto" da  una
malattia subisce una variazione (diminuzione) della sua capacit di
agire.
     
     p 213 .
     
     Se  la  capacit di agire e l'azione che ne consegue    causa
adeguata di un cambiamento, l'affetto  azione. Se invece l'affetto
  una diminuzione della capacit di agire per cui l'azione   solo
causa  parziale  dei  suoi effetti, allora esso    passione  (cio
passivit)(53).
     Per  capire meglio possiamo pensare a un uomo che commette  un
delitto  in  maniera consapevole e volontaria: egli    sicuramente
causa adeguata delle conseguenze della sua azione, che, pertanto, 
azione  nel  senso  pi proprio del termine. Se  invece  la  stessa
azione    compiuta in stato di incoscienza o di costrizione  (cio
con  una  capacit  di  agire  ridotta o  annullata),  allora  essa
risulter  solo causa parziale delle sue conseguenze: pertanto  chi
agisce    in  una condizione di passione rispetto  a  ci  che  ha
ridotto o annullato la sua capacit di agire.
     Nella  concatenazione necessaria dei cambiamenti che avvengono
nella natura, ciascuna cosa pu essere a un tempo causa ed effetto,
cio  azione  e  passione, e anche l'uomo non si sottrae  a  questa
regola.
     
Le passioni dell'uomo.
     
Spinoza analizza gli affetti secondo il suo metodo geometrico(54) e
mette  in  evidenza che, fra i tanti che caratterizzano l'uomo(55),
tre   sono   i   fondamentali,  ai  quali  tutti  gli  altri   sono
riconducibili: la cupidit (Cupiditas), la letizia (Laetitia) e  la
tristezza (Tristitia).
     L'unicit della sostanza e il suo carattere dinamico implicano
che nella Natura non possano esistere cose totalmente inerti: tutte
le  cose, infatti, "esprimono in una maniera certa e determinata la
potenza di Dio per la quale Dio  e agisce"(56). In ogni cosa opera
una forza di conservazione: "Ciascuna cosa, per quanto sta in essa,
si  sforza di perseverare nel suo essere"(57). Quando questa  forza
si  riferisce  alla mente si chiama volont; se si  riferisce  alla
mente  e  al  corpo  si chiama appetito; per gli  uomini  che  sono
consapevoli  del  loro  appetito si pu parlare  di  cupidit:  "La
cupidit  l'appetito con la coscienza di se stesso"(58).
     Tutte  le  cose  della Natura sono perfette, dal  momento  che
perfezione  ed  esistenza sono inseparabili(59), e quindi  non  pu
esistere  altro  che  ci  che    perfetto:  la  perfezione   pone
l'esistenza,  l'imperfezione  la  toglie(60).  Di  conseguenza   la
conservazione del proprio essere rappresenta la perfezione, e tutto
ci  che  favorisce  e incrementa questa conservazione  pu  essere
considerato un
     
     p 214 .
     
     passaggio ad un grado superiore di perfezione; tutto ci  che,
invece, le si oppone rappresenta una diminuzione della perfezione.
     La  letizia  la passione per la quale la mente passa  ad  una
perfezione  maggiore, cio l'affetto che deriva  da  un'azione  che
accresce  la  potenza  di agire del nostro  corpo  e  della  nostra
mente(61).
     Analogamente,  la  tristezza    l'affetto  che   deriva   dal
passaggio ad una condizione di perfezione minore(62).
     Quelli  che siamo abituati a considerare "sentimenti", aspetti
psicologici  in  gran  parte incontrollabili,  sono  analizzati  da
Spinoza  in  termini quantitativi - proprio come  si  trattasse  di
linee  o  di  superfici -: perch, come ogni cosa, rispondono  alle
leggi  necessarie  della Natura e non possono essere  sottratti  al
loro  dominio.  E' quindi assolutamente fuori luogo  dare  di  essi
giudizi  di  valore  morale.  Se una cosa  che    non  pu  essere
altrimenti che com', non pu essere considerata "male".
     Definire  qualcosa "bene" o "male"  solo un  nostro  modo  di
pensare,  derivante dal confronto delle cose tra loro, ma "bene"  e
"male"  non  ineriscono  assolutamente  agli  oggetti  cui  noi  li
attribuiamo: la stessa cosa pu essere giudicata buona o cattiva  o
anche  indifferente. Si pensi - dice Spinoza - alla musica,  che  
"buona  per il melanconico, cattiva per l'afflitto, e per il  sordo
non  n buona n cattiva"(63).
     Se il bene e il male non sono correlabili agli oggetti, o alle
azioni,  cui  li  attribuiamo, non hanno cio  una  loro  esistenza
autonoma,  non  possono  nemmeno costituire  lo  scopo  dei  nostri
desideri  e  delle nostre azioni: non possiamo desiderare  qualcosa
che non esiste.
     Con un rovesciamento - ancora una volta di tipo materialistico
-  dello  schema morale tradizionale, Spinoza afferma che  non  c'
nessuna  cosa verso la quale tendiamo, che "vogliamo,  appetiamo  o
desideriamo  perch la giudichiamo buona", ma, al  contrario,  "noi
giudichiamo buona qualche cosa perch ci sforziamo verso  di  essa,
la vogliamo, l'appetiamo e la desideriamo"(64).
     La  natura,  in  tutte  le  sue manifestazioni,  compresi  gli
"affetti"  (azioni e passioni), determina il bene,  perch  essa  
Bene.
     L'assoggettamento dell'uomo agli affetti e alle  passioni,  la
sua  passivit, la diminuzione della sua capacit  di  agire  -  in
quanto naturale - non sono passibili di condanna morale.
     
La liberazione dalle passioni.
     
Perch,  allora,  Spinoza  insiste sulla necessit  per  l'uomo  di
liberarsi dalle passioni?
     Perch  la soggezione alle passioni porta a una condizione  di
servit,  di  dolore  e  di  discordia;  a  quella  condizione   di
intolleranza che domina, ad esempio, l'Europa ai tempi di Spinoza e
dalla  quale  necessario uscire. La liberazione dalle  passioni  
utile all'uomo, "giacch l'uomo sottoposto agli affetti
     
     p 215 .
     
     non   padrone di s, ma in bala della fortuna; al cui potere
  cos  soggetto che spesso  costretto a fare il  peggio,  bench
veda  il  meglio"(65). E "peggio" e "meglio"  si  misurano  non  in
relazione  alla  natura delle cose - come abbiamo  visto  -,  bens
all'utilit  per  l'uomo: "Intendo per buono ci che  sappiamo  con
certezza esserci utile"(66).
     Per  potersi liberare dalle passioni, cio vedere  e  fare  il
meglio anzich il peggio, l'uomo deve poter godere di un privilegio
sconosciuto  alla  molteplicit degli enti,  che,  in  quanto  modi
dell'unica sostanza, non possiedono: la libert.
     Spinoza  affronta  il problema della libert  dell'uomo  nella
Quinta  parte  dell'Etica,  dopo  aver  dedicato  la  Quarta   alla
"schiavit dell'uomo, ossia alla forza degli affetti". Da questo si
pu  capire  la  complessit  di  una  questione  che  si  era  gi
presentata  nel tentativo di conciliare la libert di  Dio  con  la
necessit insita nella sua stessa essenza.
     Per  l'uomo  non si pu certo riproporre quel tipo di  libert
che  Spinoza attribuisce a Dio e che consiste esclusivamente  nella
mancanza  di  costrizioni esterne che ne condizionino  l'agire:  le
azioni  dell'uomo,  infatti, non possono  essere  separate  da  una
catena infinita di cause esterne(67).
     Quella  che  gli  uomini considerano libert    quasi  sempre
un'illusione. "Gli uomini s'ingannano nel credersi liberi;  e  tale
opinione  consiste solo in questo, che essi sono consapevoli  delle
loro azioni e ignari delle cause da cui sono determinati"(68). Solo
l'ignoranza  dei  motivi veri - gli affetti - che  ci  spingono  ad
agire  pu  farci  credere  che sia  la  nostra  libera  volont  a
determinare le nostre azioni.
     Per  poter  parlare  di  libert   quindi  necessario  uscire
dall'illusione  e  dall'ignoranza e  utilizzare  la  potenza  della
mente, capace di "frenare e governare gli affetti"(69).
     Ecco   che  ricompare  con  tutta  la  sua  forza,  in   pieno
diciassettesimo secolo, l'insegnamento di Socrate: la conoscenza  
lo  strumento  per  raggiungere il Bene, cio  la  giustizia  e  la
libert;  - come scrive
     
     p 216 .
     
     Spinoza  - "la via che conduce alla Libert"(70). Una via  che
passa non per la negazione degli "affetti" che agiscono su di  noi,
ma per il dominio su di essi.
     La  libert   accettazione consapevole dell'ordine necessario
della Natura.
     La  consapevolezza  di  un ordine e di regole  universali  che
governano  il  Tutto  pu  liberare l'uomo  da  una  condizione  di
passivit  e  farlo  protagonista attivo del processo  di  continua
trasformazione  della Natura. Il suo agire, allora,  non  sar  pi
mosso  dal desiderio illusorio di sottrarsi al condizionamento  del
mondo  che  lo  circonda e di assoggettare  questo  mondo,  ma  dal
desiderio di conformarsi all'ordine divino che regola la Natura.
     La  conoscenza  ha  quindi l'enorme potere di  trasformare  la
passione  in  azione:  "Un affetto, che  una  passione,  cessa  di
essere   una  passione,  appena  ne  forniamo  un'idea   chiara   e
distinta"(71).
     La  conoscenza  libera l'uomo dalle passioni e  dal  dolore  e
dalla discordia che ne derivano.
